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Dopo due anni di emergenza sanitaria, si stava respirando aria di “normalità” quando il 24 febbraio la Russia inizia a bombardare in Ucraina.

Dal trauma collettivo della pandemia, si trasborda al trauma della guerra: una guerra in un paese vicino, vicino non solo in senso geografico ma vicino rispetto alla conoscenza di persone ben integrate in Italia, vicino rispetto all’accoglienza che si è attivata dei giovani nelle scuole, delle famiglie nel territorio. Impossibile non parlarne.

Come terapeuta EMDR ritengo sia utile seguire le indicazioni fornite dall’associazione EMDR che da anni opera in contesti di psicologia dell’emergenza per poter supportare le persone con PDST (Disturbo Post Traumatico da Stress), al fine di aiutare bambini ed adolescenti ad elaborare questi vissuti imponenti.

Ecco alcune indicazioni utili sia per insegnanti sia per genitori:

1 – OSSERVIAMO I LORO COMPORTAMENTI

Spesso bambini e adolescenti non riescono ad esprimere il proprio disagio a parole.

Possono tentare di esprimere il proprio disagio con il corpo: mal di pancia, mal di testa, difficoltà a concentrarsi a scuola o difficoltà nel separarsi dai genitori. Rappresentano tentativi di tenere la situazione famigliare sotto controllo e riattivare la convinzione di sentirsi al sicuro.

Possono provarci con il gioco: i bambini lo fanno enfatizzando comportamenti aggressivi e violenti nel gioco e/o nelle relazioni con i coetanei o in famiglia. Proviamo ad indagare meglio.

2 – PERMETTIAMO DI FARE DOMANDE

Di norma, le domande di un figlio spaventano.

Perché non abbiamo risposte certe? Perché vorremmo proteggerli? In entrambi i casi possiamo risponderci che non possiamo tenere i nostri figli lontani dagli eventi traumatici.

Come possiamo aiutarli? Dicendo loro la verità. Non abbiamo tutte le risposte ma siamo pronti ad ascoltare le loro domande ed accogliere le loro emozioni, ansie, paure. Questo piccolo cambiamento fornisce loro sostegno e sicurezza in un momento in cui dentro di loro tutto è amplificato.

Consigli pratici per i più piccoli: non lasciarli soli davanti alla tv perché le immagini hanno potere traumatizzante. Se il bambino non fa domande proviamo a farne noi qualcuna. Chiedendo cosa pensa, cosa prova, se ne ha parlato a scuola, cosa vorrebbe sapere. Può essere che la risposta non arrivi subito, ma si comunica al bambino la disponibilità e la forza di tollerare qualsiasi domanda.

3 – FORNIAMO POSSIBILI RISPOSTE

Le risposte dovrebbero seguire il filo delle loro domande. Lo scopo è mettere ordine tra quello che hanno sentito, l’opinione che hanno e la realtà. Le risposte da evitare sono quelle che non li fanno pensare. Risposte come “Pensa a giocare, non devi pensarci, qui non accade niente di brutto, noi siamo al sicuro” negano le paure dei bambini e li fanno sentire inadeguati proprio perché la paura c’è ma non trova spazio di condivisione. Queste risposte, date con l’intento di proteggerli, hanno un alto fattore di rischio, perché si rischia di lasciarli soli con le loro paure e di indurli a cercare da soli le risposte.

Continuano a porci lo stesso quesito? Accade ai più piccoli perché è difficile integrare contenuti che fanno paura e hanno bisogno di più tempo per riorganizzare le informazioni.

Redatto in via esclusiva per il portale Voglio Essere Me.